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Iva, pensioni rosa e super prelievo: novità in manovra



Dopo una serie infinita di proposte, ripensamenti, polemiche e bocciature, forse sono stati individuati definitivamente i punti fondamentali attraverso cui dovrebbe snodarsi la cura per risanare i conti pubblici. In particolare, sono tre gli interventi che ad un rapido sguardo rappresentano le voci più significative da cui ripartire, e che ovviamente non rappresentano la soluzione ideale appoggiata incondizionatamente da tutti, come si può facilmente dedurre se si prova a dare un’occhiata alle reazioni che esse hanno suscitato: si tratta del contributo di solidarietà del 3% sui redditi che superano i 300 mila euro annui, del ricorso anticipato all’innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici del settore privato e dell’aumento dell’Iva dal 20 al 21%.

Il primo degli interventi tra quelli nominati riguarda dunque il super prelievo invocato da più parti e oggetto anch’esso di vari ripensamenti: inizialmente infatti erano stati programmati interventi più corposi anche per redditi notevolmente inferiori, vale a dire un’imposta aggiuntiva del 5% per redditi superiori ai 90 mila euro e del 10% per quelli eccedenti i 150 mila, ma poi questo tipo di misura era stata accantonata, fino ad esser riproposta e sicuramente inserita in via definitiva nella manovra puntando su un prelievo aggiuntivo pari al 3% indirizzato ai redditi sopra ai 300 mila euro. Si presume che siano in tutto 34 mila i contribuenti interessati a questa novità, e che il gettito garantito si aggiri intorno ai 200 milioni di euro.

Un altro importante cambiamento è in realtà un ritocco ad una nuova norma già inserita, vale a dire il progressivo innalzamento dell’età utile per conseguire il requisito pensionistico di vecchiaia per le donne impiegate nel settore privato, che dovrebbe completarsi nel 2026 arrivando a 65 anni (per le donne del pubblico impiego ricordiamo che già dal 2012 serviranno 65 anni per la maturazione del requisito di vecchiaia); ieri è stato deciso al riguardo che tale procedimento (che si concretizzerà con l’aumento di un mese all’anno fino al 2019 per poi procedere con l’aumento di un mese per ogni semestre dal 2020 al 2026) inizierà già dal 2014, e non dal 2016 come si era precedentemente stabilito.

Dulcis in fundo, ecco  la novità che forse ha fatto più discutere, vale a dire la decisione di alzare l’aliquota ordinaria dell’Iva al 21%, provvedimento che dunque colpirà tutti i servizi e la quasi totalità dei beni, e che di certo non avrà un influenza positiva nell’incentivare i consumi. Anche in questo caso la proposta era già stata avanzata per poi essere ritirata in seguito alle polemiche a cui tale scelta aveva dato origine; infine però, un po’ a sorpresa, questa possibilità è stata rispolverata ed è quella su cui il Governo punta di più per garantirsi le nuove, indispensabili entrate.

È evidente che le ragioni di bilancio hanno avuto la precedenza rispetto al tentativo di far ripartire l’economia italiana, e proprio la scelta di portare l’Iva al 21% testimonia questa scelta: di sicuro però molto presto sarà necessario pensare a soluzioni a lungo termine, se si vogliono davvero combattere in maniera efficace problemi ormai cronici, come ad esempio la disoccupazione, le cui cifre sono divenute a dir poco allarmanti.

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